VORRO E IL SUO NOSTALGICO ABBRACCIO PATERNO

Vorro è un contenitore pieno di sorprese… è quella scatola in cui hai riposto casualmente delle cose decenni fa, stratificandole fino a nasconderne la maggior parte. La apri dopo anni, impolverata e vissuta, e ne percepisci solo la superficie, ma più smuovi gli oggetti scavando a fondo e più ti accorgi di quanta varietà contenga. Ecco, mi pare di poter dire che lui è veramente così: ad un ascolto distratto e superficiale potrebbe apparire in un determinato modo, nascondendo la sua eccletticità, ma scarnificandone l’essenza emerge qualcosa di molto più profondo.

Giuseppe Vorro ha una predisposizione naturale alla composizione, il suo passato parla chiaro, parla per lui… studi di chitarra jazz, violino e poi a partire dagli anni 80 svariate esperienze con gruppi che ha alternato al suo prolifico slancio compositivo da solista in cui, pur muovendosi sempre nel recinto del pop, rock e canzone d’autore italiana, ha sempre trovato il modo di sperimentare. Il suo ricchissimo background musicale si può toccare con mano in maniera concreta sfogliando la sua proficua produzione discografica e non può essere un caso se nel suo percorso ha incrociato spesso e volentieri la strada con addetti ai lavori di primo piano come, per fare qualche nome, Mino Di Martino (ex Giganti), Niccolò Lapidari (paroliere anche per per la Vanoni) e Lele Battista (ex La Sintesi e grandissimo sperimentatore, polistrumentista e arrangiatore) che proprio nel brano che ci propone Giuseppe (“Con le braccia”) compare come spalla nei cori e nelle tastiere.

Si tratta di un brano pubblicato nel 2014 dai chiari richiami battistiani, che ci immerge da subito in una nebbia di compiaciuta malinconia… il testo ci catapulta in un passato che sembra appunto stringerci forte come un abbraccio nel ricordo della una figura paterna. L’intensa fusione della fisicità tipica ed evidente delle braccia (il lavoro, la gestualità, la forza) con il lato più affettivo che richiama questa parte del corpo (come detto prima, un abbraccio, una carezza…) crea un contrasto dolcemente nostalgico e malinconico che riassume quello che spesso è il rapporto padre-figlio, lasciando campate in aria emozioni e sensazioni in cui chiunque può riconoscersi.
Musicalmente, come detto poco fa, i richiami al primo Battisti sono evidenti e il pezzo, complice anche la presenza di Lele Battista e di strumentisti di primo piano si regge su di una “architettura arrangiamentale” veramente ben strutturata e solida con una base pop e incursioni funky-jazz che spezzano la linearità con grande maestria creando un’atmosfera inattesa ma perfettamente coesa.
La cosa che invece più spiazza, la discriminante che potrebbe sollevare da sola o inficiare la bontà di un brano, è il timbro di voce di Vorro. Devo ammettere che inizialmente mi ha turbato, non lo trovavo calato nel pezzo e di difficile contestualizzazione ma riascoltando più volte la canzone e altri brani di sua composizione, scandagliando nella sua copiosa discografia, ha cominciato ad arrivarmi in maniera diversa, con la sua peculiarità quasi acida e in costante equilibrio precario sulle note… il timbro alla fine arriva quasi ad avere una caratterizzazione addirittura più forte proprio per questi suoi piccoli difetti, come poi – pensandoci bene – era anche per Battisti. L’emotività è preponderante sulla tecnica e se magari inizialmente colpisce di più la voce perfetta e pulita, in un contesto cantautoriale un approccio quasi sporco rispecchia in fondo le tracce che ci si porta nell’anima.

Matteo Kabra Lorenzi

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