IL PIENISSIMO VUOTO DEGLI “ENJOY THE VOID”

Amare il vuoto? Perché? Per quale assurdo motivo dovremmo amare il vuoto, l’assenza di qualcosa? È Socrate stesso che ce lo spiega (come riportato da Patone nei dialoghi giovanili sulla retorica): la mancanza crea desiderio, è la leva unica su cui si basa la necessità di un qualcosa. Se tu possiedi un oggetto, sei predisposto a desiderarne un altro perché è l’idealizzazione stessa che accende la miccia. Se però, ponendo per assurdo che l’uomo possa un giorno vedere soddisfatte tutte le sue voglie, il desiderio di qualcosa venisse a mancare, l’essere umano sarebbe completo. Il problema è che la completezza di cui si parla coincide – seguendo pedissequamente il ragionamento – con l’immobilismo dell’anima, e di conseguenza con l’annullamento di ogni slancio. La “mancanza” in tal senso si identifica con il vuoto, che dunque rappresenta la scintilla continua del motore a scoppio che ci tiene vivi… «Il vuoto – come ci raccontano, dando senso a questo loro enigmatico nome, gli Enjoy the Void – non va demonizzato o scacciato, bensì va amato e apprezzato».
Come si capisce bene già dietro il nome della formazione campana c’è un pensiero denso di significati e ricco di valenze… e lo stesso si può dire per la genesi del lavoro che trova radici diffuse tra Calabria, Piemonte, Inghilterra e Campania. Radici profonde e diffuse, tempi dilatati (i primi pezzi germogliano già 5 anni fa nella testa del leader Sergio Bertolino), sonorità non incasellabili, non afferrabili ed etichettabili in maniera univoca, testi cupi, introiettati a sondare le pieghe dell’ego da cui esplodono squarci e graffi…

In un’unica sciabolata veemente gli Enjoy the Void decapitano i luoghi comuni più banali attorno alla scrittura in lingua inglese da parte di autori italiani, sfornando un disco d’esordio già maturo e pulsante. Vero, c’è una significativa fetta di compositori che sposano per una questione di comodo la musicalità anglosassone difficilmente replicabile in altri idiomi, assemblando improbabili testi che – se tradotti – non troverebbero riscontri neppure tra i banchi delle scuole elementari… Ma in questo caso la potenza delle liriche non viene affatto messa in secondo piano, anzi risulta l’elemento fondante su cui viene costruita l’impalcatura complessiva dei pezzi… E già dal primo brano ci rendiamo conto dell’impatto evocativo che rivestono le parole con le battute di “The Most Sublime” che in apertura del disco recitano: «Un poeta disse: Il più alto sentimento che tu possa provare in vita (una belva gentile, uno sbadiglio cremisi) è senz’altro la noia, la sublime. Ti conosco bene, piaga intellettuale. Tu, ignota alle menti incancrenite. Ho sognato di essere un usignolo per eluderti attraverso i pini. Come un grido casuale erompi dal buio fluorescente del mio diniego e d’un tratto mi svegli».
Ci troviamo così catapultati mente e corpo in un campo di poesia purissima che non cala mai di livello su tutto l’arco dell’album… le canzoni potrebbero essere recitate da un attore, senza musica, e reggerebbero la scena senza alcun tipo di problema. E già questa non è una nota di poco conto.
Poesia, dicevamo, e trame fitte di significati e immagini che ci riverberano gli stati d’animo della mente umana. L’impronta di un unico autore è molto forte, si sente e si percepisce che si tratta di pezzi nati per la necessità di esistere ed esplicarsi in sé e per sé, hanno una loro impronta, un loro percorso di vita indipendente da qualsiasi sovrastruttura postuma.

È forte la percezione dunque che non si tratti di canzoni costruite per andare a “comporre” un album, non è la loro funzione, non è il motivo per cui sono nate. Quello è venuto dopo, è semplicemente la naturale conseguenza, come gli elaborati arrangiamenti… e ciò è indicativo di come al centro di tutto, galleggiante nel “vuoto” (per l’appunto) ci sia questo nucleo pulsante attorno a cui tutto ruota: LA CANZONE. Tutto il resto si concretizza a caduta… la formazione del gruppo che ha appoggiato con entusiasmo questo progetto, la registrazione del disco, la realizzazione del videoclip di “Our garden”. Ogni tessera del puzzle si fonda perciò su di un terreno solido e preesistente, e può permettersi di svariare su traiettorie poco definibili, come dicevamo all’inizio, mantenendo una propria compattezza di fondo. Il rock che si intreccia all’elettronica, l’attenzione e la cura dei suoni che a volte sfociano in sporadiche pennellate di psichedelia e progressive, valorizzano un lavoro complesso nel proprio vestito, che ricorda molto da vicino le atmosfere pinkfloydiane (in maniera particolarmente spiccata il bellissimo già citato singolo “Our Garden”) e poi una serie di richiami a generi di ogni tipo, dagli Suede ai The Waterboys per arrivare alle sonorità dei Porcupine Tree, forse la band più accostabile a livello concettuale e di ricerca. Tanti riferimenti, senza però dare l’idea statica di un appoggio a qualcosa di particolare.
Ogni brano che ne deriva è in definitiva un viaggio in una dimensione diversa, con arrangiamenti e sonorità che si plasmano per vestire al meglio il contenuto (un procedimento che la band definisce “arrangiamento concettuale”). La destrutturazione musicale che lascia a volte spiazzati viene superata però in maniera brillante grazie ad un sottilissimo filo che accomuna tutti i pezzi, un qualcosa di impercettibile ma al tempo stesso personale e costantemente presente.
L’album è un poderoso mosaico scomposto e labirintico che sta all’ascoltatore assorbire fino a farne un quadro logico: gli Enjoy the Void non fanno nulla per agevolare chi vi si approccia, non ne sentono la necessità, sta al pubblico farne un suo personalissimo dipinto per renderlo proprio.
L’unica soluzione è predisporsi all’ascolto aprendosi e lasciandosi semplicemente invadere dal loro suono. Far sì che il loro “vuoto” riempia i vostri meandri.

Matteo Kabra Lorenzi

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