PALINKA, COMPROMESSI E FILTRI ZERO

PALINKA, COMPROMESSI E FILTRI ZERO

Il problema di essere un maniaco seriale in fatto di musica principalmente è uno: ti immedesimi così tanto in quello che ascolti in un determinato periodo da rischiare di deviare il corso della tua esistenza proprio in virtù del disco che hai in rotazione in macchina oppure in loop sul tuo cellulare. E così capita, e sarà capitato a tutti, di trovarsi ad un semaforo ed essere sorpresi da un pubblico non pagante con un’espressione di sofferenza in preda ad un acuto strappalacrime di una ballata rock da brividi oppure sbucare fuori da una curva e trovarti davanti il vecchietto in panda che con un sussulto di paura ti vede arrivare verso di lui con gli occhi assatanati mentre azzardi un assolo di “air guitar” su un pezzo metal o ancora mentre, con una sorta di pudore malcelato, ti trovi senza volerlo a far spallucce in maniera dinoccolata sull’ultmo successo estivo con una fastidiosissima base in reggaeton che però non riesci proprio ad evitare, seppur con grande vergogna, di accompagnare con movenze imbarazzanti.
Io potrei tranquillamente rientrare in qualsiasi di queste tipologie, non lo nego. Ma la cosa a volte mi spaventa. Qualche giorno fa son entrato al bar con la mia consueta sobrietà e l’innocuo intento di ordinare un caffè e per poco non mi affaccio al banco urlando “Uoooooooooo Cristina un altro litro, il nostro è già finito, polenta e pancetta, s’allarga la maglietta!”.

È lampante che non avessi in cuffia un album di Battiato o De André, ma le liriche di questi scalzacani bergamaschi mi arrivavano ficcanti come un moto di ribellione liceale, con la sfrontatezza generosa e una spettinata emotiva al sapore dolciastro di anni 90! I Palinka! Come fai a non volere bene a gente così? Potresti anche odiare la loro musica ma non puoi non renderti conto che quello che fanno è scevro da ogni patina e da ogni artefatto. Tu li senti e sai esattamente quello che sono. Vi pare poco? In un’epoca in cui la logica musicale si consuma dietro un computer e una scrivania e in un periodo in cui per suonare nei locali poco ci manca che devi pure rimetterci del tuo, questi animali fanno musica anni 90, proprio come si faceva negli anni 90. Demodè? Vintage? Anacronistici? Ecchissenefrega… Andatevi a vedere sulla loro pagina il breve spezzone di video in cui viene registrato questo ritornello (per la cronaca la canzone “Acqua e sapone” purtroppo non fa parte dell’album #ComeQuelliVeri) e avrete lampante la percezione di Musica intesa come trama fittissima di un vissuto che coincide con il senso di appartenenza a luoghi e a persone. Uno scalcagnato coro di amici abbracciati, birra in mano, fieri e convintissimi di essere parte di un qualcosa che apre il cuore… ed è proprio qui che dovremmo tornare tutti: alla nostra genuina realtà, alle cose semplici e carnali, a ridare un senso vero a quello che facciamo, ad un garage dove spaccare corde o pelli. Il risultato poi si può discutere o meno, ma il senso, quello no. I Palinka sono pagine aperte sena filtri aggiunti, senza ompromessi di sorta, e basterebbero le loro canzoni a parlarci chiaramente di loro… il solco che seguono è come si diceva quello delle band punk che a inizio anni 90 ripresero ed edulcorarono i primi vagiti del decennio precedente, in quella sorta di punk revival che a dispetto del carattere fortemente anarchico, estremista ed ideologico esaltò principalmente i tratti melodici e ritmici svicolandosi così dal nichilismo e dal peso dei predecessori. Possiamo trovare dunque tratti comuni ai Punkreas, Derozer, Matrioska oppure Peter Punk se proprio vogliamo inquadrare il sound che ci propongono questi ragazzi di Bergamo.
Il disco che ci scaraventano addosso, #ComeQuelliVeri, è una scheggia violenta e diretta… 9 pezzi senza respiro, fucilate da neppure 3 minuti l’una, classici cori e controcori da stadio ricorrenti e immancabili, distorti iper-compressi e gonfi e testi ficcanti con slogan di facile consumo “voglio essere un orso per indossare sempre la pelliccia”, “esci dagli schemi dai non fermarti più, pensa solo ad essere quello che sai tu”, “ci vorrebbe una guerra per risanare l’economia, ci vorrebbero più stragi per ridurre la popolazione” ma anche tra le righe, e in maniera a loro modo scanzonata, si possono trovare spunti di riflessione molto più profondi ma sempre radicati nelle storie di vita e nella quotidianità “l’odore della benzina e della macchina nuova sono più importanti di viaggiare, una vita intera tra le quattro mura che non hai finito di pagare più”, “aspettando la rivoluzione per un mondo migliore che hai sempre sognato… dormendo sul mio divano”.
I Palinka però non si limitano a tirare un punk selvaggio per 9 tracce… la cosa che sorprende infatti è questo frequente e piacevole divagare in generi meno vicini come il country blues de “Il mio divano”, il country rock de “Nel mio Far West” (in questi due pezzi azzeccatissimo e inusuale l’utilizzo di armonica a bocca), le sfiammate rockabilly su “Le palle di Natale”, le cadenze del rock più classico su “Vecchio rocker”.
Questa piccola realtà di provincia ci dimostra che spesso e volentieri è nella semplicità, nella visceralità che a volte va a discapito della precisione nel canto, nella voglia di fare musica in maniera genuina che si nasconde ancora qualcosa di buono, per ripartire da dove avevamo cominciato, quando suonare era ancora un divertimento, era ancora gioia e svago, come dovrebbe essere sempre e per tutti!

Matteo Kabra Lorenzi

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