INGE – Ingegnere e cantautore

La mattina del 12 novembre 2016 la notizia della morte di Vittorio Andrei, in arte Cranio Randagio, aveva raggiunto tutti i media e rimbalzava da notiziario a notiziario con il consueto alone di mistero e sospetto che alimenta sempre le penne di chi ne scrive e ahinoi – a volte – ne specula. Il 14 novembre (2 giorni dopo) doveva uscire ufficialmente il primo lavoro di Riccardo Inge, lanciato dal video e dal singolo “Cosa resterà di noi” che vedeva per l’appunto la partecipazione del rapper trovato tragicamente senza vita. Come capirete, sarebbe stato semplicissimo, per un artista emergente in cerca di visibilità, cogliere la palla al balzo e cavalcare cinicamente l’onda del momento e dei media. Riccardo però ha bloccato tutto. Per rispetto. Quel rispetto che ormai è merce rara in un mondo dove l’arrivismo è un dogma imprescindibile. E già questo basterebbe per dare la cifra dell’uomo-Inge. «Sono un Ingegnere che fa il Cantautore» – scrive alla nostra redazione – «O un Cantautore che fa l’Ingegnere. Ancora non l’ho capito». E una volta aperto il link Youtube di “Cosa resterà di noi” vengo assalito dalla sensazione che questo dubbio riecheggi tra le ripidissime pareti di Erto e Casso, alle pendici di quel che resta del Monte Toc, incolpevole protagonista di una pagina di storia nerissima… Il video ci restituisce questa sensazione di follia umana con delle immagini di terrificante e vertiginosa bellezza ed efficacia. E l’ottimo Riccardo ha voluto presentare il suo lato di musicista proprio al cospetto di un’opera d’ingegneria che ha rappresentato la sfida dei limiti umani alla natura, sfida tragicamente persa, che si è spinta oltre ad ogni logica e – per assurdo – ci lascia ancora oggi integro quel doloroso sfregio, quasi come ammonimento.
C’è davvero quasi nulla di banale in questo artista e, più nel dettaglio, in questo videoclip: Inge sa lanciare messaggi che risultano diretti e al contempo metaforici… il vestito doppio che spezza la figura di Riccardo in due è il riflesso di quella dicotomia “artista-ingegnere” che solo all’apparenza risulta così inconciliabile; la diga dall’altra invece si erge imponente a segnare queste maledette divisioni e questi confini che l’uomo troppo spesso si dà, facendosi del male da solo, gettando un alone di dubbio sul proprio futuro e su quello che potrà essere di noi. Ed è proprio questo il perno su cui ruota il testo del brano proposto a Music Free… La canzone parte su binari pop con una melodia da subito orecchiabile e azzeccata (anche se forse sulle primissime battute troppo vicina sia melodicamente che nel testo a “Cosa vuoi che sia” di Ligabue), la voce risulta pulita e perfettamente in sintonia con la base portandomi d’istinto ad avvicinare l’artista (erroneamente) ad alcune sfumature di Paolo Meneguzzi o Luca Dirisio; ma è solo un bagliore fugace perché in breve il pezzo cambia registro facendo emergere il lato meno pop e incastonando alla perfezione il passaggio rap dove la rabbia e la delusione trovano espressione impeccabile nelle parole di Cranio Randagio che, con il senno di poi, emoziona non poco rivedere in questo video sfogare i propri versi lasciandoci con un profetico “solo questa penna mi rende un po’ meno debole, ma cosa resterà di me quando l’inchiostro finirà…?”. La canzone sale di tono e anche la voce si adegua rispecchiando con coerenza l’angoscia e la rabbia dei nostri tempi… la pulizia iniziale lascia spazio a un crescendo intenso che ci accompagna per mano su terreni più vicini al rock che al pop. Anche la timbrica vocale si incrina piacevolmente in un colorito più roco, svestendosi e liberandosi dall’iniziale compostezza… Qui finalmente ci avviciniamo a dinamiche che mi ricordano piuttosto il graffio di Omar Pedrini (tra l’altro coincidenza vuole che uno dei primi esperimenti di commistione tra rock e rap in Italia fu proprio un’intuizione dei Timoria nel brano “Mexico” dell’album “El Topo Grand Hotel”). Il pezzo, mai banale, efficace, incisivo e non stucchevole, lascia davvero il segno… probabilmente la scelta del bellissimo video confluisce a lasciare questa sensazione e va dunque dato merito anche al regista che ha saputo tradurre le emozioni e raccontarle in fotogrammi perfettamente coerenti con il brano.

Così alla fine, mentre le immagini sfumano tra quei boschi testimoni del delirio di onnipotenza umano, devo ammettere di avere il sospetto che Riccardo stia bluffando: ha la consapevolezza di esser un gran bel cantautore, ne sono certo. Magari è altrettanto bravo come ingegnere e probabilmente con quello ci campa pure, mentre con la musica per ora no… tuttavia il mio personale consiglio è quello di crederci fino in fondo perché il ragazzo ha tutte le carte in regola per emergere alla grande, ma soprattutto emozionare!

Matteo Kabra Lorenzi

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