Il teatro di cartone dei Barrique

“Apro compiaciuto la piccola dispensa dove tengo i miei liquori, che a onor del vero, centellino per le occasioni importanti o per quando gli stati d’animo galleggiano nel limbo dell’indefinito. Stappo la mia bottiglia di grappa “barricata” e con gesto lento, pregustando la fiammata in gola, verso due dita della forte acquavite nel mio bicchierino. Mi siedo e indossate le cuffie di rito comincio con l’ascolto di questa nuova proposta.

I Barrique sono un gruppo ligure di giovani ragazzi che approcciano la
musica appoggiandosi ai grandi classici del cantautorato di matrice
italiana cercando però di dare una veste più fresca ai retaggi dei
loro riferimenti. Dopo svariate esperienze a tributare per l’appunto
Dalla, De Gregori e in generale quei mostri sacri che rimangono sempre
i riferimenti per chi ambisce a dar vita a composizioni di un certo
livello i ragazzi hanno prodotto un EP (en path – gennaio 2018) in cui
questi riferimenti emergono in maniera abbastanza netta. Mentre il
liquido invecchiato scorre nella gola mi aspettavo – proprio per dar
seguito al prallelismo con il loro nome – una maggior “barricatura”
anche nella loro proposta musicale, qualcosa di maggiormente scavato
nelle viscere e vissuto e invece il loro pop si presenta in maniera
leggera e fresca. Mi spiazza solo la corrispondenza tra nome e musica,
ma per il resto le canzoni – una volta ritrovato il baricentro del mio
equilibrio opinionale – risultano assolutamente piacevoli e ben
strutturate. Hanno il difetto di non esplodere mai, tenendosi sempre
su un registro molto delicato ma come primo lavoro si tratta
indubbiamente di qualcosa di apprezzabile.

Il pop-rock che offrono
denota anche una certa ricerca stilistica con piccole incursioni anche
in ambienti si stampo prog degli anni 70 grazie anche soprattutto alla
meravigliosa quarta dimensione che crea l’utilizzo del flauto traverso
(a mio avviso l’elemento di gran lunga caratterizzante negli
arrrangiamenti del gruppo). In qualche passaggio, con le dovute
proporzioni, sembra di risentire un po’ in tutte le canzoni un pizzico
di pfm del periodo “paganesco” o di De Andrè negli anni della svolta
etnico-dialettale. Chiaramente si tratta solo di suggestioni e di
piccoli rimandi ma già questo crea quella base che permette ad un
gruppo di farsi le ossa e maturare con un percorso solido davanti.
I 5 pezzi dell’EP risultano tutti molto ben strutturati e
orecchiabili, anche se come dicevo prima manca forse ogni tanto la
scintilla per renderli davvero efficaci. Gli arrangiamenti sono
ricercati anche se emergono poco (e meriterebbero di “uscire” un po’
di più) per la scelta di un mixaggio in post produzione che tiene
quasi troppo in primo piano la voce a discapito forse della resa
d’insieme.
E mentre la mia “barricata” ormai è finita, mi rendo conto che il
sapore amaro che mi è rimasto in bocca è perfettamente equilibrato con
il leggero sapore pop che mi hanno lasciato questi ragazzi…
assolutamente da tenere d’occhio, hanno tanta strada davanti ma le
fondamenta paiono ben radicate al terreno per costruire qualcosa di
veramente interessante.
Matteo Kabra Lorenzi”

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