Esaltazione dei perdenti: I Prigionieri

La musica dei Prigionieri è l’esaltazione dei grandi perdenti, capaci di perdere talmente bene da risultare alla fine vincenti. Più o meno così la band lombarda prova a definire il proprio ruolo all’interno della scena musicale. A mio avviso però, i ragazzi di Fagnano Olona sanno come si fa e di perdente hanno ben poco. Si divertono, si sbattono e… sì, si divertono ancora.

Le loro sonorità rock richiamano la scena classica dei ‘70, ma anche i nostri primi Litfiba e il cantautorato vero e proprio. Chi ha voglia di sano rock and roll nazionale ha trovato pane e carne per i propri canini. Il loro album d’esordio, Perdizione, produzione indipendente di questo 2018 è senza dubbio un lavoro interessante e originale. Il sound è accattivante, zeppo di spunti e di riff duri come il marmo, allegramente immersi nel contesto selvaggio creato. Già, ma sono soprattutto le liriche a colpire, a meritare in maniera assoluta l’attenzione: oscure, gotiche e spesso dal sapore horror. Orizzonti dark, psicotici, eppure poetici e ben disegnati. Le immagini proposte sono per esempio quelle del licantropo infuriato della prima traccia La pallottola d’argento o del celebre Jack Torrance (Jack Nicholson) di Shining, omaggiato alla grande con Il custode dell’albergo. Nulla è lasciato al caso e tra le righe non mancano certamente anche critiche feroci alla società e alla natura marcia dell’uomo: l’ascolto di Novecento volte è praticamente d’obbligo.

La penna principale è quella di Giovanni Caldone, bassista preparato e figlio d’arte (il padre è il poeta Carmelo Caldone, talvolta supervisore o coautore dei testi). Al suo fidato strumento spettano di fatto la composizione e spesso l’apertura dei brani. Gli altri membri, Wolko (voce), Christian Comaschi (tastiere), Stefano Frontini (chitarra) e Gianluca Trombella (batteria), non stanno però a guardare e in egual misura offrono alla causa tutte le proprie qualità e le proprie attitudini musicali. Il risultato, come già detto, è davvero riuscito, fresco e insolito. Ovvio, i Prigionieri, per essere davvero compresi vanno ascoltati più volte (tranquilli, non novecento!!!), nonostante siano capaci di servire sul piatto melodie convincenti e orecchiabili. Probabilmente le tematiche affrontate fanno storcere il naso alla stragrande maggioranza del pubblico. Inutile mentire, loro lo sanno, ma se ne fregano altamente, sputando violentemente storie di spettri, di perdizione assoluta e raccontando anche di un’immaginaria amicizia con Bukowski, maestro della beat generation e autore della raccolta poetica L’amore è un cane che viene dall’inferno, citata nel ritornello esplosivo di L’anima di Bukowski, una delle creature più riuscite del lotto. Protagonista assoluta la teatralità di Wolko, che interpreta il tutto senza fare sconti di nessun tipo. La sua voce arriva diretta ed elegante con tutto il carico emotivo necessario per animare la festa.

Difficile prendere o analizzare singolarmente le canzoni; il disco è omogeneo in tutto e per tutto, oltre che privo di momenti trascurabili. In conclusione, nove tracce (dieci con la versione acustica della title track) ben scritte, ben arrangiate e ben suonate. E siamo solo all’esordio. Band da tenere in considerazione…

A cura di Ricky Rage Gramazio

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