Eduardo De Felice, il nuovo che arretra

Immaginiamo per un attimo di percorrere velocemente una strada. Stiamo viaggiando rapidamente e un po’ alla volta ci rendiamo conto che questo percorso ci sta conducendo diritti verso un baratro… un salto nel vuoto senza possibilità di salvezza. La cosa più logica che ognuno di noi farebbe in quell’attimo è sicuramente quella di fermarsi e arretrare.

Ecco, noi “musicologhi” e “musicisti” siamo ora proprio su quella strada che sempre più arida e impoverita ci sta portando verso un burrone spaventoso e girarsi al passato rappresenta la sola via di scampo. Il “nuovo che arretra” dunque mi piace immaginare sia quello che con consapevolezza si aggrappa speranzoso ai padri del passato cercando di coglierne la lezione, rielaborandoli e adattandoli ai nostri tempi.
Eduardo De Felice è il prototipo perfetto di questo modo di intendere e proporre musica… nella sua semplicità ci offre un album – “È così” – che nel suo genere arriva a sfiorare la perfezione. E per assurdo mi trovo a pronunciare questo giudizio a malincuore per il semplice motivo che il solo fatto di esser riuscito a dar vita ad un prodotto con 11 belle canzoni (non ne tiri fuori una brutta…), suonato divinamente, arrangiato con una sensibilità meravigliosa e confezionato con una delicata pennellata di nostalgia, fa già quasi gridare al miracolo in un panorama in cui è sempre più impegnativo trovare “artigiani” della canzone che riescono a dipingere quadri così emotivamente nitidi.

Fa rabbia, sì, perché dovrebbe essere così, sempre. Perché i musicisti e gli artisti è questo che dovrebbero fare, è questo che dovrebbero offrire agli ascoltatori, è questo che dovrebbero regalare al pubblico… Perché nella semplicità e nella genuinità alla fine si può arrivare a sfiorare la perfezione… ed è un peccato che in pochi riescano a farsi portavoce di un pop cantautorale così leggero e al contempo denso di emotività e sentimento puro. Eduardo lo ha fatto. E seppur possa sembrare banale è una cosa di una bellezza senza fine.
Sono rimasto colpito, sorpreso, lo ammetto… non mi aspettavo un lavoro così bene “a fuoco” da un artista che personalmente (seppur nel mio continuo tentativo di ricerca e di tenermi aggiornato sul background della musica italiana) non avevo mai sentito nominare da nessuna parte. De Felice sembra trattare la materia “musica” con una naturalezza e una semplicità brutalmente spiazzante… ogni singolo passaggio è uno schiaffo liberatorio, nulla è lasciato al caso: le strepitose linee di basso che si rincorrono selvagge e al tempo stesso morbidissime sono un ammirabile toccasana, il piano elettrico e le non rare incursioni di synth rievocano atmosfere estremamente vintage… la cura dei suoni è indubbiamente la chiave di volta di questo lavoro, quella che fornisce il vestito migliore a questi pezzi. Non si trova una scelta che risulti sbagliata o fuori luogo. Non si capisce – e lo dico con ammirazione – come Eduardo riesca così bene ad aprire varchi spazio-temporali e catapultare l’ascoltatore nella brillantissima e genuina Italia di fine anni 70, inizio anni 80…
Il riferimento – anche, ma non solo, per il timbro vocale – a Battisti è da subito palpabile ma le sonorità sono, in senso più ampio, pescate a piene mani proprio da quel periodo in cui tutto, dopo gli anni di piombo, pareva aprirsi ad una luminosa prospettiva di futuro… dove i cantautori adagiavano le loro canzoni su tappeti di strumenti suonati in maniera impeccabile (perché qui sotto c’è parecchia tecnica). L’impianto musicale delle canzoni, oltre il già citato Battisti, ricorda dunque l’approccio dei vari Fossati, Venditti, Graziani o Concato di quegli anni, entrando così in pieno in quello che può essere catalogato come un pop cantautorale nostalgico e dalla poderosa forza evocativa che però si muove in equilibrio perfetto, e senza mai dare l’impressione di cadere, su quella sottilissima linea rappresentata dal rischio di una pedissequa imitazione di vecchi cliché.
In ultimo, ma anche in questo dettaglio si percepisce l’attenzione a 360 gradi che l’autore ha riposto in questo progetto, piace e risulta azzeccatissima la scelta di condire l’album con diapositive d’epoca della sua infanzia: la dice lunga sulla consapevolezza di aver tra le mani un prodotto che ha il sapore di anni ormai andati e confluisce a rafforzare ulteriormente il senso di nostalgia e delicatezza.
De Felice ha fatto centro: “È così” non stanca, affascina, regala 11 pezzi sinceri e genuini che si bevono in un solo sorso, lasciandoci addosso quel senso di delicata malinconia… è come se attraverso quelle diapositive leggermente seppiate ci fornisca la chiave per scavare nella nostra memoria, nel profondo dei ricordi di bambino. Ed è questo il dolce sapore che ci resta…

Matteo Kabra Lorenzi

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