LE ONDE SONORE DI PADOVANI, TOCCASANA PER L’ANIMA

Credo, a occhio e croce, di potermi collocare intorno alla seconda metà degli anni ’90. Non fatico per nulla a visualizzarmi: il ricordo è denso, vivido, quasi carnale… all’epoca cercavo rifugio in un angusto sottotetto, una piccola soffitta a casa dei miei genitori, per poter godere in piena privacy della mia musica. Mentre mio fratello, nella stanza che avevamo in comune, ingurgitava con ingordigia la nuova ondata britpop, io necessitavo di quiete per mettere – con un rituale meravigliosamente nostalgico – la musicassetta nel walkman (solo qualche anno più tardi avrei ricevuto in dono un lettore cd portatile…) e dare il via ai miei “trip” fatti di intrecci di chitarre, campionature e pad sintentici terribilmente d’atmosfera… erano gli anni in cui sfogliavo affascinato e sognante il catalogo dei Magazzini Nannucci, facendomi rapire dalle copertine dei vinili, delle MC e dei primi CD e investendo ogni tipo di risparmio in tutta la musica che riuscivo a scoprire e soprattutto – in quel periodo – tuffandomi nei suoni ipnotici di Mike Oldfield, perdendomici dunque in una spirale orgasmica di puro appagamento… Chiudevo gli occhi, attaccavo le cuffie, schiacciavo “play” sul lato A, in cui solitamente prevalevano i lunghi movimenti musicali (“lunghissimi e non radiofonici” direbbero oggi, quasi a imporci un consumo veloce e sbrigativo) tipici della produzione oldfieldiana, ed ero in paradiso.
Qualche giorno fa la redazione di Music Free mi ha inviato il disco di Lelio Padovani e, seppur con dinamiche ahimè molto diverse, sono stato catapultato di nuovo in quegli anni (non può dunque essere un caso che la prima traccia si intitoli “Time traveler”, quasi a fornirmi involontariamente questa chiave di lettura)… ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovato adolescente, rannicchiato e godereccio in quel sottotetto al buio, in uno stato di oscillante e vibrante catarsi. È inutile star qui ad elencare il potere evocativo che la musica può avere, eppure l’intensità con cui questo lavoro mi si è conficcato nell’anima, rimescolando vecchi sentimenti, mi ha fortemente emozionato, condizionando – sarò onesto – il giudizio che ne ho tratto; ma forse è proprio questo il bello della musica, se tocca le giuste corde, se con le proprie “onde” le fa vibrare, allora ha fatto centro…

Padovani pubblica nel 2016 questo EP intitolato “Waves” composto da 4 tracce che compongono un organico e intenso percorso strumentale interamente composto e suonato dall’autore. I rimandi alla musica prog, alle timbriche oldfieldiane, alle sonorità care a Joe Satriani e ad alcuni episodi di Steve Vai (per citarne altri due che con la chitarra sanno praticamente parlare), come avrete capito, sono molto accentuati e il lavoro scivola davvero in maniera piacevole con una composizione ricercata e intelligente ed una cura dei suoni delle chitarre e delle tastiere molto attenta a creare la giusta spazialità evocativa. Il livello di scrittura è particolarmente interessante, pregevole lo studio delle trame chitarristiche intrecciate e sovrapposte a comporre polifonie perfette e consonanti. I temi che Lelio riesce a costruire nelle quattro tracce denotano una conoscenza e uno studio di alto livello ed una personalità non indifferente. Se si vuole trovare un punto debole, ma trattasi di una personalissima declinazione, è individuabile solamente nelle campionature di batteria, che risultano leggermente artefatte: è proprio qui – a mio avviso – che Padovani avrebbe potuto uscire allo scoperto, spingendosi ad utilizzare arpeggiatori o campioni esplicitamente sintetici alla Jean-Michel Jarrè o alla Vangelis (per non ri-citare solamente Oldfield) al fine di creare una maggior caratterizzazione nello stile.
Cimentarsi nella creazione di “canzoni” solo strumentali tuttavia è un azzardo in cui pochi possono riuscire, è un chiedere all’ascoltatore di mettersi a disposizione, darsi, aprire la propria mente e lasciare che le melodie intessano immagini e colori, è un esigere tempo e non certo ascolti frettolosi o di sottofondo… e proprio per questo va dato atto a Lelio Padovani di aver saputo creare qualcosa di raro nel nostro panorama musicale cercando di proporre un lavoro in cui l’asticella è collocata, senza troppi timori reverenziali, ad alti livelli. E adesso che Lelio ha le chiavi anche della mia anima, attendo che possa farmi nuovamente visita con un altro lavoro…

Matteo Kabra Lorenzi

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